Caro Acchan,
malgrado io ti scriva innumerevoli
lettere e nonostante ieri sera abbiamo parlato al telefono, non posso fare a
meno di scriverti queste righe. E’ notte, non riesco a prendere sonno,
fissando il soffitto della mia camera e la semioscurità della finestra non fa
che peggiorare la situazione. Però non ho voglia di alzarmi a chiuderla,
perderei il filo dei miei pensieri.
Oggi pomeriggio sono uscita in
bici. Mi piace pedalare, lasci i tuoi problemi alle spalle, concentrata nel
movimento meccanico della pedalata. Alla strada non importa chi sei, se sei
famosa o vestita bene, interessa solo che tu dia il meglio di te stessa. Non ti
giudicherà ne ti parlerà, starà solo ad osservare la tua corsa.
Arrivo al nostro gazebo, luogo
intriso di ricordi, luogo magico dove ebbe inizio la nostra amicizia, ma non
posso fare a meno di rattristarmi: quanto avrei voluto che ci fossi anche tu,
seduto sulla panchina, con il tuo fare da finto duro. Ma invece c’era solo il
vuoto, come quello che stava crescendo nel mio cuore.
Poi sono arrivata in periferia. Non
contenta ho ripreso la mia corsa, andando alla stazione, in centro,
all’aeroporto. Ed è li che ho ripensato alla tua partenza, il tuo malinconico
arrivederci, il tuo sguardo come sempre impenetrabile, ma con un leggero fondo
di preoccupazione. Ansia per il volo, per il trovarti in un paese straniero, per
la dura riabilitazione alla mano. E poi sei salito, scomparso, andato. Per un
anno intero non hai visto neanche una volta il sole tramontare dietro il
municipio di Tokio, il parco, gli amici, la tua palestra di karate. Ma
soprattutto non hai visto me, che soffro per la tua lontananza.
Mi sono avviata verso casa,
passando per il lunapark. Il cuore ha cominciato a farmi male, mi sono dovuta
fermare. E’ li che scappammo per un giorno, ricordi? La mia malattia mi aveva
resa irriconoscibile, la Sana che niente poteva abbattere era scomparsa,
lasciando il posto a una ragazzina triste e confusa, non più innamorata della
vita. Mi ricordo come tu mi sei stato vicino, non mi lasciavi, ma hai perfino
permesso di scappare, seguendomi. Ma ti ho fatto soffrire, ti ho fatto
addirittura piangere. Tu, capace di mettere a soqquadro un’intera scuola,
mantenere il sangue freddo in qualsiasi caso, piangevi. Come non ti ho mai visto
mostrare i sentimenti, riversavi lacrime, spiegandomi tutto, visto che non
ricordavo. I tuoi sacrifici, tutto quello che hai fatto per me, la tua spalla
per piangere, erano solo un vago ricordo. Perdonami di averti fatto piangere,
soffrire e non aver rammentato il tuo enorme affetto verso di me. Sei il solo
che era capace di risollevarmi il morale e ti devo tutto. La mia ritrovata
felicità è solo grazie a te, al tuo coraggio e amore verso di me, una
ragazzina egoista che non riusciva a comprendere il tuo amore. Grazie di avermi
aspettato, quando finalmente anche in me la scintilla dell’amore verso di te,
ignorata e non compresa fino a quel momento, si è risvegliata, accendendo un
fuoco che arde in me, ora come non mai. E so di certo che la mia fiamma non si
spegnerà mai, sempre vivida nel mio cuore.
Cara Sana,
qui in America la vita è tutta
differente da quella che conoscevo a Tokio. La gente è più aperta, più
disponibile. Ho conosciuto così tante persone, ragazzi e ragazze. Alcune anche
carine, lo ammetto. Sono uscito anche con loro a volte, ma non è successo
niente, ero freddo e distaccato. Non penso altro che a te, alla tua allegria e
al tuo modo di affrontare le cose, sempre con il sorriso sulle labbra, anche se
talvolta era solo finzione, cercavi sempre di mascherarlo dietro alla tua
maschera felice. Ma io sapevo che la tua bravura nella recitazione non poteva
non influenzare la vita privata. Mascheravi la tua fragilità sotto un carattere
sicuro di te, ma tutti quando arrivano al limite, esplodono. Hai preso il mio
cuore, sei entrata dentro di me, fai parte del mio mondo, senza di te sono
incompleto. Ti amo per la tua fragilità fuggitiva, che mi fa venire voglia di
proteggerti da tutto, di tenerti solo per me, senza condividerti con tutti i
tuoi ammiratori. Riguardo ai tuoi ringraziamenti, non devi farmeli. Il mio amore
per te è così grande che ho fatto quello che ho fatto con piacere, con la
speranza che forse un giorno, con il mio aiuto, saresti tornata normale. Volevo
riavere la Sana allegra e un po’ matta, quella altruista e che mi consolava
quando accadeva qualcosa. All’inizio pensavo che fossi tu il mio sostegno. Ma
poi mi sono reso conto di diventare più forte, sicuro di me e alla fine mi sono
sentito io quello che ti sosteneva. Soprattutto negli ultimi tempi, quando avevi
quella brutta malattia. Non volevo che il tuo bellissimo viso fosse oscurato da
una nube di tristezza, da tanto non vedevo nei tuoi occhi l’allegria che mi ha
fatto innamorare del tuo carattere, di te, della vita. Sei stata proprio tu, con
il tuo ottimismo e voglia di vivere che mi hai insegnato che la vita è una
sola, bisogna amarla. Viverla fino in fondo, rischiando fino all’ultimo
respiro, apprezzando le piccole cose. Quando in un gesto disperato ho rifiutato
il tuo aiuto, chiedendoti di uccidermi, la vita per me non aveva un senso. Che
cosa guadagnavo a campare nell’odio e disprezzo altrui, nelle cattive azioni
che compivo, cercando di mostrare che se mi chiamavano demonio, dovevo pur
esserlo, un motivo c’era? Niente, come il nulla che mi attanagliava il cuore,
incatenando i sentimenti, non c’era spazio per le emozioni in un cuore spento,
senza vita. Poi sei arrivata tu ed è stato come rinascere. Le tenebre in me si
diradavano lasciando spazio a una cosa a me finora sconosciuta, la luce, una
luce pura, quella della gioia di vivere.
E ora ti ringrazio con il cuore,
mia dolcissima Sana, per avermi cambiato così tanto, facendo della mia
indifferenza e odio per la vita solo un vago ricordo.
Spero di tornare presto, per
rivedere tutti, i nostri amici, i luoghi a noi cari, ma soprattutto per vedere
te, specchiarmi in quegli occhi che tanto mi affascinano ma nel frattempo mi
stregano.
Tuo Akito
Carissimo Akito,
conto con impazienza i giorni che
ci separano dal tuo ritorno a Tokio, spuntandoli ogni giorno sul calendario. La
tua ultima telefonata mi ha reso immensamente felice, non mi sembra vero che
torni da me, dai tuoi amici dopo due lunghi anni.
In questi anni, anche attraverso il
telefono, mi sembri maturato, in qualche modo cresciuto interiormente ancora di
più di come ti conoscevo. Spero tuttavia che tu abbia mantenuto il tuo lato un
po’ scontroso con gli altri, timido e tenero con me. Non considerarmi egoista,
sono solo capricci di una innamorata, che non vede l’ora di riavere il suo
caro Acchan tra le braccia, per dirgli finalmente una cosa, tenuta nascosta per
tanti anni, in attesa di crescere e diventare una certezza.
Oltre a me, la nostra comitiva di
amici ti attende con ansia, chiedendomi insistentemente notizie su di te, su
come stai e cosa hai fatto. Io rispondo ma non gli basta, soprattutto a
Tsuyoshi. Gli manchi tanto, non vede l’ora di rivederti. Mi ha anche detto di
chiederti scusa da parte sua per non esserti stato vicino quando te ne sei
andato a cercare Komori nel bosco, doveva capirlo. L’altro ieri, quando siamo
andati al nostro solito bar e ho riferito la notizia del tuo ritorno, per poco
Tsuyoshi non soffocava con il suo succo.
Ti sto scrivendo in questo momento
da sotto il nostro gazebo, seduta sulla panchina e sto congelando. Ma tuttavia
mi piace questo freddo, mi fa la mente più lucida, più sgombra da pensieri.
Pensieri che ultimamente avevano ripreso a tormentarmi. Sono uscita dalla mia
camera, dove l’aria calda del termosifone mi annebbiava la mente. In quel
momento come non mai ho sentito il forte bisogno di te, della tua spalla sulla
quale piangere, di un caro amico, quasi un fratello, con il quale potermi
confidare. Ma dopo mi sono riscossa, pensando al tuo arrivo, punto fisso per
andare avanti.
Forse quando riceverai questa
lettera sarà vicino al giorno della tua partenza, magari la leggerai seduto sul
letto, con accanto i bagagli ormai fatti e una voce che ti chiama dal basso,
dicendoti di scendere per andare all’aeroporto per prendere il volo per Tokio.
Se invece riesci a leggerla prima, ti auguro in anticipo un buon viaggio,
nell’attesa che un aereo ti riporti da me, dal mio immenso affetto per te.
Mia dolce Sana,
sto partendo, in questo momento sto
facendo i bagagli, il mio volo parte tra tre giorni. Ma tuttavia trovo il tempo
per scriverti la mia ultima lettera dall’America, le mie ultime parole dette
via carta, visto che dopo potremo parlare quanto vorremo, senza più limiti,
senza più chilometri che ci separano. Al massimo solo qualche isolato da casa
mia fino a casa tua.
In questi due lunghissimi anni non
immagini quanto mi sia mancata la nostra città, i nostri amici, la quotidianità,
le piccole cose, gli allenamenti di karate, le discussioni sull’ordine mai
presente nella mia stanza con Nelly. Ma un chiodo fisso dei miei pensieri eri
tu. Non ho mai smesso di pensarti, neanche per un momento. Sei tu che mi hai
fatto superare la difficoltà della terapia, quando volevo lasciar perdere ti
vedevo davanti a me, che mi incitavi a continuare.
E non vedevo l’ora di scendere la
scaletta dell’aereo, finalmente atterrato nella mia città natale, respirare
l’aria della caotica Tokio e vederti, con tutti i nostri amici, attendermi con
sguardo raggiante, il tuo viso dischiuso in un’espressione di assoluta gioia
come solo tu sai esprimere. E sognavo di prenderti tra le braccia, sussurrarti
tutto il mio amore, baciarti per placare la mia immensa nostalgia.
Fortunatamente questo diverrà
presto realtà, una realtà che non posso più tenere nascosta. Scusa per la
brevità della mia lettera, ma devo andare. Resisterò fino al mio ritorno,
cercando di soffocare la piena dei miei sentimenti.