Quella
mattina Sana non aveva proprio voglia di alzarsi; poteva tranquillamente
rimanere a letto, non doveva né andare a scuola né lavorare, ma era sveglia,
guardava il soffitto della sua camera e aveva lo sguardo assente, lontano anni
luce dal mondo. Rimase così finché il telefono squillò. Quando lo udì
sobbalzò e i suoi occhi improvvisamente si animarono: era la chiamata che stava
aspettando? Sembrava proprio di no perché Shimura-san non la chiamò, doveva
essere per Mama o per Rei. Si lasciò cadere nuovamente sul letto, quasi il suo
corpo non avesse peso e chiuse gli occhi. Tentava di immaginare il suo incontro
con lui, dopo due anni, riusciva a ricomporre la sua fisionomia benché
certamente fosse mutata, e tutto ciò la spaventava, non si sentiva pronta e
qualunque cosa pensasse di dire o fare le appariva banale e scontata, non nel
suo stile per dirla tutta. Due anni non sono poi così tanti, per lei erano
passati in fretta, ma lui li aveva vissuti con tanta disinvoltura? Sana non ne
aveva la più pallida idea. Non si erano più sentiti da quel gennaio di due
anni prima quando lui le promise che non appena sarebbe tornata a Tokyo
l’avrebbe chiamata. La promessa sembrava esser stata accantonata. Lui,
infatti, l’aveva vista di sfuggita mentre camminava per strada ma Sana non
l’aveva notato; a parte questo, lei era fermamente convinta che lui sapesse
del suo ritorno visto che tutti i giornali ne avevano parlato e Tsuyoshi le
aveva mandato anche dei fiori per darle il bentornata. Forse Tsuyoshi non era più
suo amico e dunque non aveva avuto occasione di parlargli…
A
Sana tutto ciò non convinceva. Avrebbe potuto telefonare lei ma non se la
sentiva, era l’idea più semplice da attuare ma la scartò immediatamente. Poi
ripensò a lui, magari sentirla dopo tutto quel tempo lo terrorizzava, non
sapeva cosa dirle, avrebbe rischiato di cadere in una muta ed imbarazzante
conversazione. Sana ipotizzava anche una probabile storia amore nata tra lui e
un’altra ragazza durante la sua assenza. Era molto corteggiato e chi sa quante
ammiratrici aveva al liceo. Questa era proprio un’ipotesi da prendere in
considerazione, forse la più accettabile fra tutte quelle che avevano già
affollato la sua mente. Se aveva un’altra non poteva certo chiamarla. Si erano
lasciati con la promessa di una telefonata che non prevedeva l’amicizia tra
loro due dunque lui non poteva permettersi di contattarla. Quest’idea iniziò
a torturare Sana, più ci pensava e più le sembrava addirittura la verità,
quasi fosse una premonizione. Era quasi convinta che lui avesse un’altra,
anzi, ne era sicura, altrimenti non vedeva il perché della sua ostinatezza a
non chiamarla.
Finalmente
decise di alzarsi, voleva uscire per fare quattro passi. Appena varcò la porta
della sua camera incrociò Rei. Lo salutò appena e poi uscì. Nel frattempo
sopraggiunse Mama che si era limitata ad osservare la scena da lontano: sapeva
già cosa c’era che preoccupava la sua bambina ormai cresciuta. Rei non chiese
nulla, anche lui sospettava e d’altronde non si sentiva in vena di fare
domande superflue quando aveva molto da sbrigare. Con il ritorno a Tokyo di
Sana, infatti, molti programmi televisivi la richiedevano come ospite ed erano
tutti impegni che non poteva permettersi di annullare.
Da
quando era tornata, aveva già avuto occasione di fare un giro per la città ma
quella mattina le appariva diversa, voleva respirare tutta la sua dinamicità e
risentirsi parte di essa. Aveva dovuto mettersi un cappellino e degli occhiali
da sole per non essere riconosciuta e per poter usufruire di un anonimato che
per la prima volta desiderava quasi morbosamente e più di ogni altra cosa, a
parte lui ovviamente. Guardava le vetrine e di tanto in tanto entrava in qualche
negozio, osservava ogni angolo e ogni vicolo per cercare un viso familiare, lui
o magari qualche altra vecchia amicizia. Niente, oltre la città sembrava che
tutti coloro che erano stati parte della sua vita fossero all’improvviso
fuggiti via, spariti nel nulla. Eppure era domenica mattina e qualcuno doveva
incontrare per forza.
Improvvisamente,
quella che era un’assolata mattina primaverile, divenne una piovosa autunnale.
Che il tempo volesse imitare lo stato d’animo in quel momento? Doveva
ripararsi. Trovò riparo sotto la veranda di un caffè, poi si decise ad entrare
nel locale che era a due piani. Ordinò un’aranciata e andò a sedersi ad un
tavolino vicino la vetrata che affacciava sulla strada. Mentre sorseggiava, il
suo sguardo si tramutò nuovamente riassumendo quel distacco e
quell’indifferenza che lo avevano caratterizzato in precedenza. Aveva appena
finito di bere quando si voltò e vide scendere dal primo piano due persone che
conosceva benissimo. Finalmente qualcuno che le riportava la mente al passato e
che la distoglieva dai suoi pensieri. Non li chiamò subito, si alzò e vi si
accostò cercando di non attirare gli sguardi su di sé.
“Guarda
un po’ chi si vede! I due piccioncini!” disse.
“Sana,
sei proprio tu!! Che bella sorpresa. Hai ricevuto i miei fiori?” Tsuyoshi era
al settimo cielo.
“Ah,
a lei mandi i fiori ora!! No dai, scherzo. Te li abbiamo mandati insieme”
aggiunse raggiante Aya.
“Sì,
li ho ricevuti. Grazie ragazzi” rispose Sana.
I
tre vecchi amici andarono a sedersi insieme nell’attesa che spiovesse. Ne
avevano di cose da raccontarsi ma ciò che a Sana premeva di più era di
ricevere notizie di lui. Tsuyoshi e Aya vollero che Sana raccontasse dei suoi
due anni vissuti in Europa e lei li accontentò anche se tagliò corto, voleva
che fossero loro a raccontare cosa fosse successo a Tokyo durante quel periodo.
Non voleva fare domande dirette su di lui ma voleva comunque indirizzare i loro
discorsi su quell’argomento a lei così caro. Infatti i due piccioncini si
erano limitati a parlare esclusivamente della loro storia, tralasciando ciò che
più interessava a Sana. Si decise a fare qualche domanda: “Allora, come
stanno gli altri? Qualche novità dal vecchio gruppo di amici?” Tsuyoshi disse
che Fuka era sempre più brava a scuola, che erano tutti in classe insieme e che
c’erano anche Gomi e Hisae. E lui? Sembrava che non fosse mai esistito, che
fosse stato solo frutto della sua immaginazione. Ritornò quell’ipotesi
straziante. Forse Tsuyoshi e Aya non volevano parlarne perché sapevano
dell’altra e non volevano darle un dispiacere. Decise di andare, il sole era
riuscito allo scoperto. Si congedò e uscì dal locale. Aya guardò Tsuyoshi e
disse: “Chi sa perché non ha chiesto di Akito. Credo che lui l’abbia già
chiamata, non vedeva l’ora di sentire la sua voce.”
Sana
era sempre più turbata, quell’idea la stava ossessionando, era ormai stremata
e la testa le scoppiava. L’aver incontrato i suoi due amici non aveva fatto
altro che accrescere i suoi dubbi e accertarne degli altri mentre lei, al
contrario, aveva sperato di ricevere delle buone notizie. Adesso non voleva più
incontrare nessuno, temeva il ripetersi di ciò che era successo nel primo
incontro, non ricevere alcuna notizia di lui.
Arrivò
ad una panchina libera e si sedette. Come si sentiva stanca, mai come allora
aveva paura di sapere la verità anche se credeva che poteva essere peggiore
delle idee che si era fatta, al massimo una conferma ad esse. Rimase per un
po’ con l’ormai perenne sguardo assente e quando, per un attimo, tornò in sé,
si accorse che dall’altro lato della strada stava passando lui e una ragazza
stava al suo braccio. Quell’immagine fu più devastante di qualsiasi altra
cosa e non poté fare a meno di fuggir via. Non voleva tornare a casa né voleva
che qualcuno la vedesse piangere così decise che c’era un unico posto in cui
si sarebbe sentita a suo agio e vi si recò. Niente la faceva sentir meglio,
nessuno le dava la serenità che lui era capace di infonderle, per lei quel
luogo era ancor più sacro di quel che fosse. Era andata a piangere davanti la
tomba di Take-chan, suo padre. Nessuno le aveva mai rivelato chi lui fosse in
realtà ma era tutto per lui, anche se non c’era più. Quando capì che si era
finalmente liberata dalle sue angosce, tornò a casa. Era quasi sera ormai. La
cena era pronta ma preferì mangiare in camera sua. Mama non oppose resistenza,
sapeva che quello era ciò che sua figlia desiderava.
Nemmeno
quella notte riuscì a dormire. Le tornava continuamente davanti agli occhi
l’immagine di Akito e la ragazza che lo accompagnava: sembrava così
affiatati. Non aveva più dubbi adesso ma solo una grande certezza: non avrebbe
più dovuto incontrarlo o parlargli. Vederla avrebbe potuto significare per lui
uno sconvolgimento, una confusione incredibile e Sana non voleva creargli
problemi. Si addormentò che era già mattina. Sarebbe dovuta andare a scuola,
tornarci dopo due anni e l’idea non le piacque affatto, non la entusiasmava
minimamente. Doveva comunque andarci, non poteva permettersi di assentarsi. Rei
si offrì per accompagnarla e percepiva il suo disagio.
Le
fu comunicata la classe in cui andare e per fortuna non era quella di Akito. In
fondo la scuola era molto grande ed evitarlo non sarebbe stato un problema. E,
invece, le loro classi s’incrociarono durante l’ora di educazione fisica.
Non si videro subito, anzi, i loro sguardi s’incontrarono solo quando la
lezione era ormai giunta al termine. Akito voleva parlarle e lei si accorse che
la stava aspettando fuori dagli spogliatoi; uscì così dalla finestra sul
retro, non voleva vederlo affatto. Akito attese per un po’, poi non vedendola,
ritenne che fosse il caso di andare a controllare, forse non si sentiva bene; e
invece Sana era già andata via. Tornò in classe. Decise, quindi, che
l’avrebbe aspettata fuori dal cancello principale; c’era Rei, dunque,
sarebbe passata per forza di lì. Infatti Sana arrivò ma salì così in fretta
in auto che non si accorse neppure che lui era lì ad aspettarla.
“Non
so perché ma ho l’impressione che stia tentando di evitarmi”, pensò Akito.
In effetti era proprio così.
Per
tutta la settimana Sana non fece altro che sfuggire abilmente ad ogni approccio
con lui. Durante la ricreazione, saliva sulla terrazza della scuola perché
aveva notato che lui non vi andava mai. La settimana successiva, come al solito,
vi si recò. Mentre stava per aprire la porta ed uscire fuori, però, avvertì
la voce di qualcuno, una voce che, sebbene maturata, riconosceva benissimo. Era
Akito che parlava con Tsuyoshi. Sana voleva andar via, preoccupata del fatto che
lui potesse vederla, ma troppo grande era la sua curiosità di sapere cosa
stessero dicendo. Optò, quindi, per la scelta di rimanere.
“Hai
avuto modo di parlare con lei?” inizio Tsuyoshi.
“Credo
che mi stia evitando. Ci siamo visti quasi tutti i giorni ma non riesco a
parlarle, mi sfugge” affermò Akito.
“Noi
l’abbiamo incontrata, te l’avevo detto, e ci è sembrata la Sana di sempre.
Perché dovrebbe fuggire davanti a te?” incalzò.
“Non
lo so. Darei tutto per parlarle. L’ho chiamata a casa ma mi hanno detto che
dormiva e non ho più telefonato, non volevo disturbare”
“La
famosa telefonata…”
“Già.
La nostra promessa… Se ne sarà dimenticata, ormai è una diva, a me non pensa
più” concluse Akito.
Udendo
quelle parole, Sana avrebbe voluto prendersi a schiaffi. Come aveva potuto
pensare che lui avesse dimenticato la promessa? Dunque era lui che aveva
chiamato quella mattina e perché Shimura-san non le aveva detto niente? Avrebbe
voluto massacrarsi con le proprie mani. Ciò che aveva detto, comunque, non
dimostrava che lui provasse ancora dei sentimenti e poi c’era ancora quella
ragazza, cosa c’era tra loro? Continuò ad origliare.
“Ma
che diva e diva,” disse Tsuyoshi, “ti ripeto che è la Sana di sempre, solo
un po’ cresciuta…”
“Sì,
cresciuta! Ma fammi il piacere… Scommetto che non porta ancora il
reggiseno!!”
Tsuyoshi
arrossì mentre Sana era nera dalla rabbia, stava per scoppiare. A quanto pare
Akito non era cambiato per niente.
“E
poi, per quel poco che l’ho vista, sono pronto anche a scommettere che è la
solita imbranata!!” concluse. Tsuyoshi si arrese, conosceva il sarcasmo
pungente dell’amico.
A
quel punto, Sana non poté fare a meno di intervenire. Spalancò la porta e
iniziò ad urlare come se fosse impazzita. Akito non si scompose, avere Sana lì
era stata una conquista per lui, proprio ciò che voleva. Tsuyoshi andò via,
tutto era come un tempo. Akito che insultava Sana e lei che si arrabbiava.
“E’
un onore vederti qui” disse Akito. Sana continuava ad urlare frasi
incomprensibili. Akito capì che era il momento di metterla a tacere e posò la
sua mano sulla bocca di lei. Sana tacque e lo guardò negli occhi. Avevano una
luce intensa che le donavano ancora emozioni incredibili. Lui portò via la mano
dalla sua bocca e si sedette.
“Sai
che non è educato origliare?”
“Certo
che lo so ma visto che la conversazione mi riguardava non ne ho potuto fare a
meno” rispose prontamente Sana.
“Dunque
hai sentito tutto quello che abbiamo detto?” chiese Akito.
“Bè,
ecco, non proprio tutto… qualcosina… di sfuggita… Sì, ho sentito ogni
cosa, ogni minima parola. Credo che io ti debba delle spiegazioni, e anche tu me
ne devi” disse la ragazza.
“Questo
è da vedere”
Sana
spiegò i malintesi che si erano venuti a creare, la telefonata di cui non le
era sta data notizia e l’incontro con Tsuyoshi e Aya. Akito ascoltata e non
interveniva mai. Finita la spiegazione, Sana sapeva che era arrivato il momento
di chiedere ad Akito che rapporti ci fossero tra lui e quella ragazza. Anche
questa volta voleva servirsi di una domanda che non toccasse direttamente la
questione ma si ricordò che l’ultima volta non aveva fatto altro che creare
dei dubbi ingiustificati. Doveva andare dritta al punto della faccenda, non
poteva girarci intorno e in più quella sembrava un buon momento. C’era
armonia fra loro due ed era certa di poter parlare liberamente.
“Oh,
devo andare… ho un test adesso” Akito non le lasciò il tempo di fargli
l’ultima e più importante domanda. Andò via ma prima di uscire dalla porta
le diede un bacio che lasciò Sana di stucco.
Era
di nuovo sola sulla terrazza anche se si sentiva senza dubbio molto meglio. Lui
l’aveva baciata, non riusciva a crederci, ma allo stesso tempo si sentiva in
colpa per l’altra ragazza. A questo punto cosa c’era tra loro due? I dubbi
la stavano assalendo nuovamente. E poi quel bacio così dolce e lei che per la
seconda volta non aveva reagito, era rimasta immobile senza dire nulla e
lasciandolo fare.
L’orologio
della scuola suonò le 15. Doveva scappare perché la sera avrebbe dovuto
partecipare ad un programma.
Passò
un’altra settimana e nel frattempo Sana aveva riallacciato anche il suo
rapporto di amicizia con Fuka. Lei le chiedeva spesso di come andassero le cose
con Akito ma Sana si limitava a dire che erano tornati ad essere buoni amici.
Voleva chiederle se sapeva chi fosse la ragazza vista con Akito ma era certa che
Fuka non ne sapesse molto, di Akito non s’interessava più tanto da quando era
tornata con Takaishi.
Il
pomeriggio seguente all’ultimo suo impegno lavorativo della settimana, Sana
decise di uscire con Fuka. Aveva in mente di passare un pomeriggio spensierato
in compagnia dell’amica.
Tutto
procedeva per il meglio finchè non incontrarono Akito. Non era solo… Con lui
c’era la ragazza dell’altra volta. Non appena Sana li vide rimanse come
impietrita e subito apparve davanti ai suoi occhi l’immagine diAkito che la
baciava sulla terrazza della scuola. La ragazza gli teneva il braccio e
chiacchieravano. Fuka si accorse che qualcosa non andava e capì tutto non
appena vide Akito dall’altra parte della strada. Rivolse nuovamente la sua
attenzione verso Sana e percepì quanto grande fosse il suo dolore. Raccogliendo
tutta la forza e la grinta che l’avevano sempre caratterizzata, Fuka corse
dietro Akito, lo chiamò e, com’era solita fare Sana, iniziò ad insultarlo ad
alta voce non curandosi delle persone che si fermarono ad ascoltare. Akito non
capiva e la ragazza che lo accompagnava mostrava chiari segni di imbarazzo e
disagio. Fuka sembrava inarrestabile ma a fermarla pensò Sana che nel frattempo
aveva raggiunto l’amica.
“Basta
Fuka. E’ ora di finirla. Non vedi che Hayama ha di meglio da fare?”
A
queste parole Akito si sentì ferito. Dopo molto tempo lei l’aveva chiamato
nuovamente per cognome, cancellando in un attimo tutta la confidenza e
l’affetto che c’era fra loro due.
Per
la prima volta parlò la ragazza che stava con lui.
“Senti
Akito, perché non risolvi la questione con le tue amiche? Io tornerò a casa da
sola, avevo promesso allo zio che oggi avrei cucinato per lui. Sai come diventa
tuo padre quando gli neghi qualcosa” e andò via.
Fuka
disse a Sana che quello era il momento giusto per chiarire le cose e anch’ella
si congedò.
Akito
e Sana non si erano detti nulla, per tutto il tempo non avevano fatto altro che
fissarsi negli occhi l’uno con l’altra. Poi lui le si avvicinò, la prese
per amno e si diressero verso il parco. Si sedettero sotto un gazebo, quello che
molti anni prima li aveva fatti avvicinare in un paio di occasioni.
Finalmente
Sana trovò il coraggio per porgli la fatidica doamnda. Chi era quella ragazza?
“Quella,
da come spero tu avrai sentito prima, è mia cugina. Abita da noi per un po’.
Dai, avevi creduto veramente che potesse essere la mia ragazza? Allora avevo
ragione quando ho detto A tsuyoshi che sei ancora imbranata…”
“Era
tua cugina…” Sana arrossì imbarazzata e consapevole della figuraccia fatta.
“Un
momento!! Che hai detto??? Imbranata a me!!!” e ricominciò ad urlare.
Akito
come al solito sembrava impassibile a tutto ciò e disse: “Allora mi vuoi
ancora bene? Eri gelosissima…”
Sana
smise di urlare e sedette di nuovo.
“No…
E’ solo che non ci vedevo chiaro in tutta questa storia. Insomma, tu con una
ragazza, non poteva essere vero…”
Akito
rise per la prima volta da quando lei l’aveva rivisto e la cosa non le
dispiacque affatto.
“sarà
meglio andare adesso. Se hai qualche altro dubbio chiedi pure, sono stufo di
sentire le tue urla e se poi ci aggiungiamo quelle di Matsui…”
Si
alzarono e andarono via, mano nella mano, senza più dubbi e finalmente insieme.